Smettere di bere per fumo e barra a cuneo

Come smettere di essere dipendenti dai vizi: la soluzione definitiva

Se a concezione il marito ha bevuto la birra

Lontano lontano si fanno la guerra. Il sangue degli altri si sparge per terra. Io questa mattina mi sono ferito a un gambo di rosa, pungendomi un dito. Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.

Non posso giovare, non posso smettere di bere per fumo e barra a cuneo, non posso partire per cielo o per mare. E se anche potessi, o genti indifese, ho l'arabo nullo! Ho scarso l'inglese! Potrei sotto il capo dei corpi riversi posare un mio fitto volume di versi? Non credo. Cessiamo la mesta ironia. Mettiamo una maglia, che il sole va via. Franco Fortini. Ancora vorrei conversare a lungo con voi.

Ma sia. Il luogo del trasferimento lo ignoro. Chiedo congedo a voi senza potervi nascondere, lieve, una costernazione. Lasciatemi, vi prego, passare. Vogliate scusare.

Congedo a lei, dottore, e alla sua faconda dottrina. Congedo, o militare o marinaio! In terra come in cielo ed in smettere di bere per fumo e barra a cuneo alla pace e alla guerra. Congedo anche alla religione. Ormai sono a destinazione. Di questo, sono certo: io son giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Buon proseguimento. Giorgio Caproni consigliata da poetare. Paesaggio Il campo di ulivi s'apre e si chiude come un ventaglio.

Tremano giunco e penombra sulla riva del fiume. S'increspa il vento grigio. Gli ulivi sono carichi di gridi. Uno stormo d'uccelli prigionieri che agitano lunghissime code nel buio. Gli emigranti Cogli occhi spenti, con le guancie cave, Pallidi, in atto addolorato e grave, Sorreggendo le donne affrante e smorte, Ascendono la nave Come s'ascende il palco de la morte.

E ognun sul petto trepido si serra Tutto quel che possiede su la terra. Altri un misero involto, altri un patito Bimbo, che gli s'afferra Al collo, dalle immense acque atterrito. Salgono, e ognuno la pupilla mesta Sulla ricca e gentil Genova arresta, Intento in atto di stupor profondo, Come sopra una festa Fisserebbe lo sguardo un moribondo.

Traditi da un mercante menzognero, Vanno, oggetto di scherno allo straniero, Bestie da soma, dispregiati iloti, Carne da cimitero, Vanno a campar d'angoscia in lidi ignoti. Vanno coi figli come un gran tesoro Celando in petto una moneta smettere di bere per fumo e barra a cuneo, Frutto segreto d'infiniti stonti, E le donne con loro, Istupidite martiri piangenti.

Pur nell'angoscia di quell'ultim'ora Il suol che li rifiuta amano ancora; L'amano ancora il maledetto suolo Che i figli suoi divora, Dove sudano mille e campa un solo. E li han nel core in quei solenni istanti I bei clivi di allegre acque sonanti, E le chiesette candide, e i pacati Laghi cinti di piante, E i villaggi tranquilli ove son nati!

E ognuno forse sprigionando un grido, Se lo potesse, tornerebbe al lido; Tornerebbe a morir sopra i nativi Monti, nel triste nido Dove piangono i suoi vecchi malvivi. Addio, poveri vecchi! Poveri vecchi, addio! Forse a quest'ora Dai muti clivi che il tramonto indora La man levate i figli a benedire…. Benediteli ancora: Tutti vanno a soffrir, molti a morire. Ecco il naviglio maestoso e lento Salpa, Genova gira, alita il vento. Sul vago lido si distende un velo, E il drappello sgomento Solleva un grido desolato al cielo.

Chi al lido che dispar tende le braccia. Chi nell'involto suo china la faccia, Chi versando un'amara onda dagli occhi La sua compagna abbraccia, Chi supplicando Iddio piega i ginocchi. E il naviglio s'affretta, e il giorno muore, E un suon di pianti e d'urli di dolore Vagamente confuso al suon dell'onda Viene a morir nel core De la folla che guarda da la sponda. Addio, fratelli! Addio, turba dolente! Vi sia pietoso il smettere di bere per fumo e barra a cuneo e il mar clemente, V'allieti il sole il misero viaggio; Addio, povera gente, Datevi pace e fatevi coraggio.

Stringete il nodo dei fraterni affetti. Riparate dal freddo i fanciullettiDividetevi i cenci, i soldi, il pane, Sfidate uniti e stretti L'imperversar de le sciagure umane.

E Iddio vi faccia rivarcar quei mari, E tornare ai villaggi umili e cari, E ritrovare ancor de le deserte Case sui limitari I vostri vecchi con le braccia aperte. Edmondo De Amicis consigliata da Marino Giannuzzo. Signorina Felicita, a quest'ora scende la sera nel giardino antico della tua casa.

Nel mio cuore amico scende il ricordo. E ti rivedo ancora, e Ivrea rivedo e la cerulea Dora e quel dolce paese che non dico. A quest'ora che fai?

O cuci i lini smettere di bere per fumo e barra a cuneo canti e pensi a me, all'avvocato che non fa ritorno? Pensa i bei giorni d'un autunno addietro, Vill'Amarena a sommo dell'ascesa coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa dannata, e l'orto dal profumo tetro di busso e i cocci innumeri di vetro sulla cinta vetusta, alla difesa Dolce la tua casa in quella grande pace settembrina!

Bell'edificio triste inabitato! Grate panciute, logore, contorte! Fuga dalle stanze morte! Odore d'ombra! Odore di passato! Odore d'abbandono desolato! Fiabe defunte delle sovrapporte! Smettere di bere per fumo e barra a cuneo furibondo ed il Centauro, le gesta dell'eroe navigatore, Fetonte e il Po, lo sventurato amore d'Arianna, Minosse, il Minotauro, Dafne rincorsa, trasmutata in lauro tra le braccia del Nume ghermitore Penso l'arredo - che malinconia! Che malinconia! Antica suppellettile forbita!

Armadi immensi pieni di lenzuola che tu rammendi paziente Quel tuo buon padre - in fama d'usuraio - quasi bifolco, m'accoglieva senza inquietarsi della mia frequenza, mi parlava dell'uve e del massaio, mi confidava certo antico guaio notarile, con somma deferenza.

Io l'ascoltavo docile, distratto da quell'odor d'inchiostro putrefatto, da quel disegno strano del tappeto, da quel salone buio e troppo vasto Le spese cieche Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi rideva una blandizie femminina. Ogni giorno salivo alla tua volta pel soleggiato ripido sentiero. Era una cena d'altri tempi, col gatto e la falena e la stoviglia semplice e fiorita e il commento dei cibi e Maddalena decrepita, e la siesta e la partita Sotto l'immensa cappa del camino in me rivive l'anima d'un cuoco forse Vedevo questa vita che m'avanza: chiudevo gli occhi nei presagi grevi; aprivo gli occhi: tu mi sorridevi, ed ecco rifioriva la speranza!

Giungevano le risa, i motti brevi dei giocatori, da quell'altra stanza. Bellezza riposata dei solai dove il rifiuto secolare dorme! E noi la confinammo nel solaio, poi che porta pena L'han veduta alcuni lasciare il quadro; in certi noviluni s'ode il suo passo lungo i corridoi Il nostro passo diffondeva l'eco tra quei rottami del passato vano, e la Marchesa dal profilo greco, altocinta, l'un piede ignudo in mano, si riposava all'ombra d'uno speco arcade, sotto un bel cielo pagano.

Tra i materassi logori e le ceste v'erano stampe di persone egregie; incoronato dalle frondi regie v'era Torquato nei giardini d'Este. La Gloria! Allora, quasi a voce che richiama, esplorai la pianura autunnale dall'abbaino secentista, ovale, a telaietti fitti, ove la trama del vetro deformava il panorama come un antico smalto innaturale.

Non vero e bello come in uno smalto a zone quadre, apparve il Canavese: Ivrea turrita, i colli di Montalto, la Serra dritta, gli alberi, le smettere di bere per fumo e barra a cuneo e il mio sogno di pace si protese da quel rifugio luminoso ed alto. Meglio fuggire dalla guerra atroce del piacere, dell'oro, dell'alloro Bimbo semplice che fui, dal cuore in mano e dalla fronte alta! Sarebbe dolce restar qui, con Lei! Scorgevo un atropo soletto e prigioniero.

Stavasi in riposo smettere di bere per fumo e barra a cuneo parete: il segno spaventoso chiuso tra l'ali ripiegate a tetto. Restiamo ancora un poco!